Di

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, dei

v.

1 Dire.

Forma verbale di uso molto comune e dalla coniugazione assai irregolare.

Modi di "dire"

Il carattere romagnolo è mediamente molto estroverso e comunicativo, non deve quindi stupire la grande quantità di modi di "dire" (per l'appunto) in cui compare una voce di .

  • /dei è frequentemente usato come intercalare, spesso in concomitanza con amo e/o ciou. Per quest'uso, molto comune, si veda amo.
  • dess che..., dìs che..., i dìs che...: forme impersonali che stanno a significare "si dice che...". Queste locuzioni sono obbligatorio preambolo alla diffusione di un'informazione la cui fonte è non nota o non riferibile; in altre parole, congetture o chiacchiere. La velocità di propagazione dell'informazione è dimostrabilmente proporzionale al livello di riservatezza nonché inversamente proporzionale all'attinenza alla realtà dell'informazione stessa.
  • dì sò, letteralmente "dì su", equivale al "dì un po'" della lingua italiana. Pur essendo un'espressione colloquiale, è talvolta usata anche la forma reverenziale in "voi", gì sò.
  • truvè da dei, "trovar da dire", litigare.
  • avè sempra da dei, "aver sempre da dire", indica carattere polemico o impiccione. quel che lè l'ha sempra da dei, "quello lì non può mai star zitto".
  • sa dìt, s'el che t'am dì: "cosa mi dici", nel senso di essere colti di sorpresa o impreparati da una notizia.
  • sa dìt, sa dìsal, sa girèt, sa giràl, spesso preceduto da mo: letteralmente "cosa dici/dice", "cosa dirai/dirà", in tono ironico/canzonatorio o rassegnato, sta a sottintendere che si pensa di essere al cospetto di una fandonia: mo sa giràl!. "la stai sparando grossa"
  • gema ac–sè, "diciamo così", "per così dire"
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